Thomas stava completando l’ultima riga su un foglio spesso quando Emma entrò nella stanza e si fermò accanto alla scrivania. Non posò subito la penna: la fretta avrebbe potuto rovinare l’inchiostro e, dal modo in cui sua moglie aspettava, era chiaro che non era venuta per una sciocchezza. L’appartamento era intestato a Emma e le rate del mutuo venivano pagate con la sua carta, ma l’anticipo lo avevano versato i genitori di Thomas: 7.200 euro, con un bonifico bancario recante la causale. Ora Emma voleva divorziare e Thomas capiva che non era in gioco soltanto il loro matrimonio, ma anche il denaro con cui contava di cominciare una vita indipendente.
— Metti via tutto, — disse Emma. — Dobbiamo parlare.
— Lasciami finire la riga. Altrimenti rovino il foglio.
Aspettò che lui mettesse via la penna e chiudesse l’inchiostro, poi si sedette sul bordo del divano. Emma disse che avevano fatto troppo in fretta a sposarsi e a chiedere il mutuo, che ci pensava da tempo e voleva separarsi senza scenate. Thomas non cercò di convincerla a cambiare idea. Le chiese cosa sarebbe successo dopo e notò che per un istante sua moglie sembrò smarrita: a quanto pareva, si aspettava lacrime o promesse di rimediare a tutto.
— Tu te ne andrai e l’appartamento resterà a me, — disse Emma, strofinandosi le mani.
Thomas la guardò con la pazienza che di solito riservava a chi era troppo sicuro della propria risposta.
— Resterà a te, a spese di chi? Il mutuo è a mio nome, — aggiunse Emma bruscamente. — Le rate vengono pagate con la mia carta.
— È vero. Ma l’anticipo non l’hai messo tu.
Emma distolse lo sguardo verso la libreria. Thomas citò la cifra, 7.200 euro, e le ricordò che i suoi genitori avevano trasferito il denaro direttamente sul conto bancario. Non glielo avevano dato in una busta, né lo avevano versato «per la famiglia»: nella causale era indicato il motivo del bonifico. Allora Emma era lì accanto e aveva ringraziato suo padre, promettendo che, in caso di necessità, avrebbe restituito il denaro.
— Ci hanno aiutati entrambi, — disse lei.
— Allora restituisci la metà. O tutto, se ti sembra più giusto.
Emma si alzò. In piedi, riprese a parlare con più sicurezza: visto che l’appartamento era intestato a lei e che era lei a pagare il mutuo, per Thomas sarebbe stato più ragionevole trasferirsi dai suoi genitori e non complicare la separazione. Ma i suoi avevano un appartamento piccolo e suo padre tossiva spesso; Thomas non aveva intenzione di andarci. Disse che avrebbe cercato casa da solo e chiese a Emma quando gli avrebbe restituito l’anticipo.
— Non ho soldi, — rispose lei. — Quelli che avevo da parte li ho spesi tutti per la ristrutturazione. Anche mia madre ha investito gli ultimi risparmi per farci stare bene.
Thomas non contestò che sua madre avesse contribuito alla ristrutturazione. Le ricordò soltanto che neanche i suoi genitori avevano intenzione di regalare denaro a una persona estranea. Emma ribatté che stava trasformando il divorzio in una questione contabile, anche se lei aveva già deciso a chi sarebbe rimasto l’appartamento e chi avrebbe dovuto andarsene. La conversazione durò pochi minuti, ma le sue pretese erano già diventate un piano e la domanda di Thomas sul bonifico sembrava una pignoleria.
Il giorno dopo Emma propose di mettere per iscritto l’accordo davanti a un notaio: gli avrebbe versato 200 euro al mese per trentasei mesi. Così, disse, avrebbero chiuso definitivamente i conti e l’appartamento sarebbe rimasto a lei. In questo modo non avrebbe dovuto trovare subito l’intera somma né cambiare i suoi programmi abituali, mentre Thomas avrebbe dovuto sperare per tre anni che ogni pagamento arrivasse puntuale.
— E se perdessi il lavoro? O se tra sei mesi decidessi di aver già pagato abbastanza? — chiese lui.
— Ti sto proponendo una soluzione equa.
— Equa per chi? Vuoi che me ne vada subito, che rinunci per iscritto all’anticipo e poi aspetti i bonifici per tre anni.
Emma disse che Thomas parlava di lei come se fosse un’estranea. Lui rispose che era stata proprio lei a definire un errore il loro matrimonio e a decidere a chi sarebbe andato l’appartamento senza il suo consenso. La conversazione finì lì: sua moglie andò in un’altra stanza e alzò il volume della televisione più del solito. Thomas non la seguì per ripetere le stesse cose. Doveva capire se dietro tanta sicurezza si nascondesse qualcos’altro.
Due giorni dopo Emma telefonò a sua madre. Thomas sentì alcuni frammenti della conversazione nell’ingresso, mentre riponeva i fogli nel tubo portadisegni: «È tornata a parlare dell’anticipo… Sì, 7.200… No, mamma, non posso restituirli tutti subito…» Quando sua moglie uscì, gli disse che sua madre non aveva più soldi da parte: aveva speso tutto per ristrutturare il loro appartamento.
— Ricordo quanto era contenta, — disse Thomas. — Ma questo non cancella il bonifico dei miei genitori.
— Non mi sto rifiutando di pagare. 200 euro al mese sono più che sufficienti.
— Per te, forse. Io devo capire a cosa sto acconsentendo e dove vivrò mentre tu mi restituisci i soldi.
Emma lo accusò di essere diffidente e propose di nuovo di non ingigantire la questione. Thomas le chiese di non mettergli fretta perché firmasse e di non dare per scontato che avesse già accettato di andarsene. Era un limite ragionevole: niente promesse finché non avessero chiarito il bonifico e le condizioni dei pagamenti. Emma lo ascoltò, ma rispose che non aveva intenzione di perdere l’appartamento e che non avrebbe ritirato le sue proposte.
Quella sera telefonò Clara. Thomas le raccontò brevemente del divorzio e della proposta di pagare 200 euro al mese. Lei gli chiese se si trattava dello stabile all’angolo con via del Prato, poi gli parlò dei progetti previsti nei dintorni. La tangenziale e lo svincolo, disse Clara, sarebbero passati a circa quaranta metri dal lato corto dell’edificio; nel cortile era previsto un centro commerciale, il cortile sarebbe stato quasi dimezzato e il passaggio sarebbe diventato una strada aperta al traffico.
Thomas le chiese se ne fosse sicura. Clara ripeté di aver visto il progetto e gli consigliò di verificare di persona. Dopo la telefonata lui rimase a lungo a fissare il tubo portadisegni chiuso accanto alla scrivania. Ora capiva meglio perché Emma avesse tanta fretta di assicurarsi l’appartamento e perché considerasse quasi scontato il suo consenso a un pagamento rateale.
Quando sua moglie tornò a parlare di documenti, Thomas tirò fuori l’estratto conto con il bonifico dei suoi genitori e lo posò sul tavolo tra loro. Emma allungò la mano verso il foglio, ma lui lo tenne fermo con il palmo e disse: «Non ti prenderai l’appartamento finché non riconoscerai da dove viene l’anticipo» — Thomas gettò davanti a Emma l’estratto conto…
Emma ritrasse la mano dall’estratto conto e guardò Thomas.
— Non lanciarmi addosso dei fogli. E non fare finta che un bonifico bancario abbia già deciso tutto.
— Non dico che abbia deciso tutto, — rispose Thomas. — Dico che non possiamo escluderlo dalla discussione.
Lei avvicinò il foglio e lesse la causale. C’era davvero scritto che si trattava dell’anticipo per l’appartamento. Emma posò l’estratto conto sul tavolo, ma non glielo restituì.
— Anche i miei genitori hanno speso soldi per la ristrutturazione. Mia madre ha dato fondo agli ultimi risparmi.
— Non lo metto in dubbio. Fammi vedere cosa ha pagato e lo includeremo nel conteggio. Ma i miei genitori hanno trasferito il denaro per l’acquisto, non per un pavimento nuovo e degli armadi.
— Vuoi presentare il conto per ogni cena in famiglia?
— No. Non voglio firmare un documento in base al quale mi pagherai per tre anni, se ne avrai voglia e se potrai permettertelo.
Emma si alzò e andò alla finestra. Disse che l’appartamento era intestato a lei, che era lei a pagare il mutuo e che Thomas non doveva comportarsi come se potesse decidere cosa fare della casa. Lui non contestò a chi fosse intestato l’appartamento. Le chiese di mostrargli l’estratto conto del mutuo e le copie dei documenti d’acquisto.
— Tanto hai deciso di andartene, — disse lei. — Perché complicare le cose?
— Ho deciso di divorziare. Non significa che abbia accettato di perdere i miei soldi.
Emma tornò al tavolo, riprese l’estratto conto e lo mise in una cartellina. Non si scusò. Disse che era stanca dei suoi sospetti e andò in camera da letto, lasciando la porta aperta. In passato Thomas l’avrebbe seguita per concludere la discussione prima che andasse a dormire arrabbiata. Questa volta raccolse i suoi documenti e chiuse il tubo portadisegni.
Il giorno dopo telefonò a Clara e le chiese di mandargli il progetto di cui gli aveva parlato. Poi cercò l’estratto del bonifico dei suoi genitori, i documenti dell’appartamento e i messaggi con suo padre, in cui lui citava la cifra e la causale del pagamento. Thomas non trovò alcun contratto di prestito. Era un problema e non finse che una semplice registrazione bancaria fosse sufficiente per risolvere qualsiasi controversia.
Clara gli mandò il link ai piani urbanistici pubblicati dal comune. La tangenziale e lo svincolo erano effettivamente indicati, ma i tempi restavano incerti e alcune decisioni potevano ancora cambiare. Anche il centro commerciale era un progetto, non un cantiere già avviato. Thomas stampò la planimetria e fissò un appuntamento con uno specialista in valutazioni immobiliari.
Quando posò le stampe davanti a Emma, lei non si sorprese. Gli chiese soltanto perché continuasse a portare in casa i discorsi degli altri.
— Non è un discorso degli altri. È un progetto accanto a casa nostra.
Emma studiò a lungo la planimetria, poi disse che l’aveva vista nella chat dei residenti già qualche mese prima. Si diceva che fosse tutto deciso, ma non c’erano conferme. Non voleva scambiare le voci per fatti.
— Sapevi che il cortile poteva cambiare e hai comunque insistito perché firmassi l’accordo?
— Non avevo intenzione di vendere l’appartamento. Dovevo capire se avrei potuto continuare a viverci.
— E io dovevo capire a quali condizioni me ne sarei andato.
Lei rispose che non era tenuta a informarlo di tutti i progetti non ancora approvati. Thomas non la definì una bugiarda. Le chiese perché allora l’appartamento dovesse restare soltanto a lei e i suoi soldi dovessero sparire in un pagamento rateale privo di garanzie solide. Emma non rispose. Invece, propose di nuovo 200 euro al mese.
Il perito arrivò qualche giorno dopo. Ispezionò l’appartamento, chiese quanto restasse da pagare del mutuo, esaminò i documenti relativi al progetto edilizio e lo avvertì chiaramente: finché il progetto non fosse stato approvato in via definitiva, nessuno avrebbe potuto dire con certezza quanto sarebbe cambiato il valore dell’immobile. Ma la vicinanza del futuro svincolo e la riduzione del cortile avrebbero potuto rendere più difficile la vendita e influire sull’interesse dei potenziali acquirenti.
Dopo che se ne fu andato, Emma disse che Thomas aveva portato un esperto per spaventarla. Lui le ricordò che era stata lei a insistere per decidere dell’appartamento e stabilire delle scadenze. Ora non avevano soltanto la sua sicurezza e i suoi dubbi, ma anche documenti da mostrare a un avvocato indipendente.
Emma accettò di incontrarlo, ma precisò subito che non avrebbe firmato nulla che la costringesse a vendere casa. Andarono alla consulenza separatamente, ciascuno con la propria cartellina. Lo specialista ascoltò entrambi, esaminò il bonifico, i documenti dell’appartamento e la proposta di rimborso. Non promise a Thomas che avrebbe sicuramente ottenuto l’intera somma in tribunale, né sostenne che il fatto che l’appartamento fosse intestato a Emma annullasse il valore del bonifico. Mancava un contratto di prestito scritto, indispensabile per arrivare a una conclusione certa; tuttavia, la causale del pagamento e le parole rivolte ai genitori erano rilevanti ai fini della trattativa.
— Quindi la mia proposta resta ragionevole, — disse Emma. — 200 euro al mese. Trentasei mesi. È tutto nero su bianco.
— È nero su bianco soltanto che cosa intendi pagare, — rispose lo specialista. — Bisogna anche specificare chiaramente che cosa riconosci e che cosa succederà se i pagamenti si interromperanno.
Emma serrò le labbra, ma stavolta non accusò Thomas di essere diffidente. Se ne andarono con una lista di documenti e decisero di riflettere fino all’incontro successivo. Il vecchio copione — Emma annunciava una decisione, Thomas si arrabbiava e poi accettava la soluzione meno scomoda per lei — non funzionava più. Da quel momento, ogni proposta veniva ricondotta a cifre, scadenze e documenti.
A casa, Emma tirò fuori le ricevute della ristrutturazione. Erano molte: alcuni acquisti erano stati pagati da sua madre, altri con la carta di Emma. Thomas esaminò l’elenco e accettò di inserire le spese documentate in un allegato separato. Ma non dichiararono che l’intero costo della ristrutturazione si trasformasse automaticamente in un debito di Thomas. Anche i suoi genitori confermarono il bonifico e il fatto che si aspettavano di riavere il denaro se i coniugi si fossero separati.
Una settimana dopo si incontrarono di nuovo. Emma non voleva ancora mettere in vendita l’appartamento e non rinnegò quanto aveva detto in precedenza. Riconobbe la somma di 7.200 euro e accettò di versare 200 euro al mese per trentasei mesi. Nel documento inserirono date precise, modalità dei bonifici e condizioni in caso di ritardo; il testo venne controllato in anticipo dallo specialista, così che nessuno dei due potesse fare affidamento su un accordo verbale.
L’appartamento restava intestato a Emma, che avrebbe continuato a pagare il mutuo. Thomas non rinunciava alla richiesta relativa al bonifico finché non avesse ricevuto l’intera somma concordata. Specificarono separatamente che le spese di ristrutturazione non modificavano il piano dei pagamenti stabilito. L’accordo non conteneva alcuna promessa che il quartiere sarebbe rimasto com’era o che sarebbe stato facile vendere l’immobile.
Prima di firmare, Emma disse di nuovo che tutta quella faccenda le stava costando troppo per una semplice lite in famiglia. Thomas rispose che ormai non stavano più parlando di una lite, ma di ciò che ciascuno considerava proprio. Lei firmò per prima.
Thomas affittò un piccolo appartamento poco distante e vi portò i vestiti, i libri e il tubo con i fogli. Non andò dai suoi genitori e non aspettò che Emma decidesse quando le sarebbe stato più comodo liberare la stanza. Il primo bonifico arrivò nel giorno concordato. Un mese dopo ne arrivò un secondo.
Al terzo mese Emma scrisse soltanto: «Ho fatto il bonifico». Thomas rispose: «Ricevuto». Il tavolo che avevano condiviso, le conversazioni sulla ristrutturazione e l’abitudine di concludere la giornata con la stessa domanda rimasero nel vecchio appartamento. Ora tra loro c’erano un piano di pagamento e due indirizzi diversi.