— Intesteremo sia l’appartamento che l’auto a mamma, — dichiarò Viktor a Emma.
— Viktor, diglielo! Dille che è la cosa giusta!
Emma aprì la porta del suo appartamento in affitto e si bloccò sulla soglia. In cucina, sdraiati sulle sedie con l’aria di chi si sente a casa propria, sedevano suo marito Viktor e sua madre — Hélène Dupont. Sul tavolo troneggiavano un sacchetto di pasticcini e un thermos che la suocera portava ovunque, come parte integrante della sua presenza.
— Ciao, — Emma lasciò cadere la borsa a terra e si appoggiò allo stipite della porta, sentendo la stanchezza mescolarsi all’ansia. — Che succede?
— Emmuccia, tesoro! — la suocera balzò in piedi e la abbracciò subito, profumando di un’essenza pungente e di assoluta certezza. — Stavo giusto dicendo a Viktor che è ora di pensare a una casa vostra. È vergognoso affittare alla vostra età!
*
Emma sentì qualcosa stringersi dolorosamente dentro. Lei e Hélène avevano già discusso quell’argomento mille volte. E ogni volta era la stessa storia: vergogna, errore, tempo perso, come se la sua vita dovesse superare un esame di conformità alle aspettative altrui.
— È proprio quello che stiamo facendo, — disse Emma entrando in cucina e prendendo dell’acqua dal frigorifero per guadagnare tempo. — Abbiamo già ottocentomila sul conto. Ancora sei mesi o un anno e potremo versare l’anticipo.
— Ecco! — Hélène si animò, gli occhi le si illuminarono. — Ho fatto due conti. Se vendiamo il mio appartamento, ricaveremo circa tre milioni. Più i vostri ottocentomila. Sono quasi quattro milioni! Con quei soldi si può comprare un bel trilocale!
Emma posò lentamente la bottiglia sul tavolo, cercando di non far tremare le mani.
— Perché un trilocale? A noi basta un bilocale.
— Come perché? — la suocera la guardò stupita, come se avesse detto un’assurdità. — Anche io dovrò pur vivere da qualche parte. Pensavi che restassi nel mio appartamento fino alla fine dei miei giorni?
Emma guardò Viktor. Era seduto con gli occhi sul telefono, fingendo che la situazione lo riguardasse solo marginalmente.
— Viktor?
— Beh, mamma ha ragione, — disse senza alzare lo sguardo. — È logico. Prendiamo qualcosa di più grande, una stanza per mamma. Vive da sola, le spese sono altissime.
— Ma noi risparmiavamo per la nostra casa, — la voce di Emma iniziò a tremare. — La nostra. Per noi.
— Emma, è mia madre, — Viktor alzò finalmente gli occhi, con una punta di irritazione. — Mi ha cresciuto. Vorresti che restasse lì da sola?
*
— Ha già un appartamento suo!
— Emmuccia, — Hélène le prese la mano con una dolcezza ostentata. — Non sono una sconosciuta. Sono come una madre per te. E poi ti aiuterò! Tu vai al lavoro la mattina, io mi occupo della casa. Sono in pensione, non mi pesa.
Emma ritirò bruscamente la mano.
— Devo cambiarmi.
Si girò ed entrò nella stanza, sbattendo la porta. Si sedette sul letto e si prese la testa tra le mani, come per trattenere i pensieri che la laceravano. Quattro anni. Quattro anni di rinunce. Niente vestiti nuovi, niente caffè con le amiche, ogni centesimo contato. Mettere da parte dieci, quindicimila al mese dal suo stipendio da amministratrice, dicendosi che era solo temporaneo.
E ora lì doveva trasferirsi la suocera?
Emma rimase seduta così a lungo che la stanza si fece buia. Dalla cucina arrivavano voci smorzate e il tintinnio delle tazze. Parlavanotra loro. Decidevano senza di lei. Ed era questo che faceva più male.
Quando la porta scricchiolò, non alzò la testa.
*
— Em, — Viktor entrò con cautela. — Perché reagisci così… Stiamo solo discutendo delle opzioni.
— Avete già deciso tutto, — disse piano. — Senza di me.
Sospirò e si sedette accanto a lei, troppo vicino.
— Nessuna decisione definitiva. Mamma ha solo proposto una soluzione ragionevole. Sai anche tu che adesso è dura per tutti.
Emma si raddrizzò lentamente e lo guardò. Calma. Fin troppo calma.
— Hai detto: “Intesteremo sia l’appartamento che l’auto a mamma”. Non è un’opzione. È una decisione.
Viktor distolse lo sguardo.
— È temporaneo. È più sicuro. Mamma è più grande, ha anzianità, agevolazioni… non si sa mai.
— Non si sa mai cosa? — sorrise amaramente, con le lacrime negli occhi. — Un divorzio? Una malattia? O semplicemente è più comodo che tutto non sia intestato a noi?
— Drammatizzi sempre, — sbottò lui. — Perché vedi subito il peggio?
— Perché non proponi mai il meglio, — Emma si alzò. — Non hai mai detto “è nostro”. Solo “mamma”, “per lei è difficile”, “lei ha bisogno”.
Anche lui si alzò.
*
— Lei è la mia famiglia.
— E io? — la voce le tremò, ma non indietreggiò. — Io chi sono per te?
Viktor tacque. E quel silenzio bastò.
Emma gli passò accanto, aprì l’armadio e tirò fuori una valigia. Lentamente, senza scenate. Come se lo stesse facendo da tempo, solo dentro.
— Che fai? — chiese lui, smarrito.
— Ti libero da una scelta difficile, — disse piegando con cura i vestiti. — Visto che l’hai già fatta.
— Aspetta, — le afferrò il polso. — Te ne vai per una conversazione?
Lei guardò le sue dita sulla pelle e si liberò con calma.
— Me ne vado non per la conversazione. Ma perché in quella conversazione io non esisto.
*
Hélène apparve subito dalla cucina.
— Emmuccia, ti sei offesa? — la voce era melliflua. — Vogliamo solo il meglio…
— Lo so, — Emma chiuse la valigia. — È proprio per questo che me ne vado.
— Dove andrai? — si agitò la suocera. — È assurdo!
— Nella mia vita, — rispose calma. — Quella dove le decisioni si prendono insieme.
Viktor restò immobile. Avrebbe potuto fermarla. Dire qualcosa. Promettere. Ma non fece nulla.
Quando la porta si chiuse alle spalle di Emma, l’appartamento diventò insolitamente silenzioso.
*
Sei mesi dopo versò l’anticipo — da sola. Un piccolo monolocale, senza aiuti, senza “schemi ragionevoli”. Ma intestato a lei. Con chiavi che nessuno poteva toglierle.
E un mese dopo capì che, per la prima volta dopo tanto tempo, respirava davvero libera.