Al portachiavi del padre di Anna, Markus, accanto alla chiave del suo appartamento, era appesa una ghianda di legno scurita dal tempo. L’altra chiave apriva un trilocale che aveva regalato alla figlia e a suo marito Thomas per le nozze. Anna aveva sempre considerato quel regalo un segno d’amore; per Thomas, era l’unica casa che sentissero davvero loro. Ma, chissà perché, suo padre si era riservato il diritto di entrarci quando gli pareva. In quel momento nessuno lo disse ad alta voce: Markus si limitò a porgere la chiave alla figlia insieme agli auguri, e lei non trovò un motivo per rifiutarla. Sembrava che tra persone che si volevano bene non servissero accordi particolari.
La prima volta che esercitò quel diritto fu una settimana dopo il trasloco. Era un sabato mattina presto e Anna e Thomas dormivano ancora quando la chiave cominciò a girare nella serratura. Markus entrò con patate, cipolle e zucchine, annunciando a gran voce di aver portato qualcosa ai novelli sposi. Anna rise e Thomas, assonnato e confuso, ringraziò il suocero. Allora sembrò una sciocchezza: suo padre sentiva la loro mancanza, voleva dare una mano, e del resto aveva sempre avuto una chiave. Anna non pensò nemmeno che avrebbe dovuto chiedergli di telefonare prima. Si disse che la volta successiva avrebbe capito da solo se la sua visita non fosse stata gradita.
Poi le visite si fecero più frequenti. Markus passava «di strada» e, se si accorgeva che i due erano impegnati, rimaneva comunque in cucina e cominciava a mettere bocca nelle loro faccende. Un giorno Thomas aprì un pensile e vide che sui barattoli dei cereali erano comparsi pezzi di nastro adesivo di carta con grandi etichette: grano saraceno, riso, miglio. Il padre spiegò che così Anna avrebbe fatto prima a trovare tutto. Un’altra volta decise che il divano era messo male e chiamò il genero per spostarlo lontano dal termosifone. Anna non protestava: le sembrava meglio ringraziare per le attenzioni che ferire suo padre. Thomas aiutava in silenzio. Non voleva cominciare la vita coniugale con una lite e ogni volta si convinceva che fosse solo un piccolo fastidio.
Markus non si limitava a portare la spesa e a sostituire le lampadine fulminate. Era abituato a decidere di cosa avesse bisogno sua figlia senza chiederle il permesso. In questo modo restava la persona più importante in casa sua, e il suo aiuto si trasformava in un diritto di disporre delle cose. Se voleva cambiare qualcosa, lo faceva subito, senza lasciare ad Anna e Thomas la possibilità di rifiutare senza sembrare ingrati. Non si considerava scortese o autoritario: al contrario, era sinceramente convinto di risparmiare ai giovani inutili preoccupazioni. Ma più decideva al posto loro, meno spazio restava per le loro scelte.
Per il loro secondo anniversario di matrimonio, Anna e Thomas avevano deciso di riservare la serata solo a loro. La loro bambina era andata a casa della madre di Thomas; Anna aveva preparato lo sgombro al forno con il limone, mentre suo marito aveva messo in tavola insalata, vino e due candele. Non avevano trovato dei portacandele, così le candele spuntavano da due barattoli di senape, e loro ridevano di quella soluzione assurda. Per tutto il giorno avevano aspettato la serata, parlato di quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che erano rimasti soli e gioito all’idea di non dover correre da nessuna parte. Poi la chiave girò nella serratura. Markus entrò con un barattolo da tre litri di cetrioli sottaceto, vide la tavola apparecchiata e si sedette subito a cena: disse che aveva proprio fame. Per tutta la sera raccontò loro come mettere i cetrioli in salamoia perché rimanessero croccanti fino alla primavera. Anna notò che Thomas quasi non alzava gli occhi dal piatto.
Quando suo padre se ne andò, Thomas disse che non riuscivano nemmeno a cenare tranquilli da soli, perché da un momento all’altro poteva entrare una chiave estranea. Anna rispose bruscamente che quello era suo padre e che aveva regalato loro la casa. Ma Thomas non cedette: il regalo non significava che Markus avesse il diritto di presentarsi senza avvisare. Quella sera Anna non riuscì a trovare un’obiezione che non suonasse come una scusa. Promise che avrebbe parlato con suo padre. Thomas non le chiedeva di scegliere tra lui e Markus; le chiedeva soltanto di fare in modo che la loro casa smettesse di essere un posto in cui si poteva entrare in qualsiasi momento senza bussare.
Markus la ascoltò e per tre giorni non si fece vedere. Anna pensò che avesse capito: dovevano mettersi d’accordo in anticipo sulle visite. Il quarto giorno la chiave girò di nuovo nella serratura. Suo padre arrivò con una novità: il balcone andava chiuso con delle vetrate perché entrava aria, e lui aveva già fissato un appuntamento con gli operai per il giorno successivo, così avrebbero preso le misure. Anna gli chiese perché non ne avesse parlato con loro. Markus si stupì: stava solo pensando a sua figlia e non voleva aspettare che prendesse freddo. Thomas non discusse davanti a lui, ma più tardi disse ad Anna che suo padre aveva interpretato la sua richiesta come un’offesa passeggera, non come un limite. Anna sperava ancora di riuscire a spiegarsi meglio e che, col tempo, suo padre avrebbe imparato a chiedere.
Da quel momento Anna cominciò a notare il cambiamento di suo marito. Si tratteneva sempre più spesso al lavoro e a casa ammutoliva non appena sentiva il familiare rumore della chiave nell’ingresso. Anna capiva che Thomas non si sentiva più padrone di casa, ma aveva paura di mettere suo padre davanti a una scelta: rispettare le loro regole o perdere la consueta vicinanza con sua figlia. Le conversazioni non portavano a nulla e Markus continuava a usare la chiave come se l’avesse ricevuta in regalo per sempre. Anna si ripeteva che sarebbe arrivata sicuramente un’altra occasione per parlarne, ma ogni volta rimandava, finché la visita successiva non diventava un fatto compiuto.
Una domenica mattina Thomas stava versando il caffè quando suo padre entrò senza bussare e, dopo averlo squadrato in pantaloncini da casa, gli disse che con una bambina in casa avrebbe dovuto vestirsi in modo più decoroso. Thomas non alzò la voce. Più tardi mostrò ad Anna la serratura nuova e una delle chiavi. Lei sapeva che quella vecchia non avrebbe più funzionato ed era d’accordo: dovevano riappropriarsi del diritto di aprire la porta da soli. Ma sperava ancora di fermare Markus con le parole, non chiudendogli la porta in faccia. Voleva credere che suo padre avrebbe capito la differenza tra non farlo entrare senza preavviso e rifiutare lui.
Venerdì suo padre tornò con il suo mazzo di chiavi. La ghianda di legno oscillò tra le sue dita quando la vecchia chiave urtò contro la serratura nuova senza riuscire a girare. Markus provò ancora, poi tirò la maniglia e guardò Anna. Lei si avvicinò alla soglia, tese la mano e gli strappò la chiave.
«Se apri di nuovo la nostra porta senza essere stato invitato, non entrerai più qui», tagliò corto Anna, strappando la vecchia chiave dalla mano del padre…
Markus rimase immobile, come se non avesse capito subito di non avere più la chiave. Poi tese la mano verso Anna.
«Dammela. E togliti dalla porta.»
Anna non si spostò. La vecchia chiave le giaceva sul palmo, fredda e pesante. Thomas si mise accanto a lei, ma non cercò né di riprenderle la chiave né di farle da scudo. Le lasciò la possibilità di parlare da sola, anche se dalla sua postura tesa si vedeva quanto gli costasse non intervenire.
«Oggi non mi fai entrare in casa?» chiese Markus.
«Oggi no», rispose Anna. «E d’ora in poi, solo se ci saremo messi d’accordo prima.»
«Sono due anni che vado a trovare mia figlia e adesso devo chiedere il permesso?»
«Venivi a casa nostra», disse Thomas. «Non a casa tua.»
Markus si voltò verso di lui. Aveva il viso arrossato, ma la voce era rimasta calma, e per questo suonava ancora più dura.
«Vi ho regalato questo appartamento. E questo è il modo in cui mi ripaghi? Hai cambiato la serratura alle mie spalle.»
«Qui ci viviamo noi», rispose Thomas. «Dobbiamo poter decidere da soli chi entra.»
«Non nasconderti dietro Anna. Lei non avrebbe mai osato.»
Anna strinse la chiave. Prima, davanti a parole del genere, distoglieva lo sguardo per non alimentare la lite. Stavolta guardò suo padre dritto negli occhi.
«È anche una mia decisione.»
Markus fece una risatina secca, come se avesse sentito un’assurdità. Poi chiese da quanto tempo Thomas la stesse mettendo contro di lui e se non si vergognassero, dopo tutto quello che aveva fatto per loro. Anna non si mise a elencare le patate, le lampadine riparate e i barattoli dei cereali. Non erano il prezzo da pagare per il diritto di presentarsi senza avvisare. E non voleva trasformare la conversazione in un bilancio dei favori, come se bastasse nominarne abbastanza per annullare la sua richiesta.
«Non continueremo questa conversazione sulla soglia», disse. «Chiamami quando vorrai vedermi.»
«Non ho intenzione di prendere un appuntamento per vedere mia figlia.»
Markus si girò e scese le scale. Sul pianerottolo si fermò e disse che, se erano così indipendenti, da quel momento potevano cavarsela da soli. Anna non rispose. La porta si chiuse e solo allora Thomas si accorse di come stringeva la vecchia chiave: così forte che le nocche erano diventate bianche.
Per alcuni secondi rimasero in silenzio. Anna abbassò la mano e guardò la chiave, come se solo in quel momento si fosse resa conto di averla stretta per tutto il tempo. Thomas le chiese se volesse sedersi. Lei annuì, ma non pianse e non disse che forse aveva risposto in modo troppo brusco. Le faceva male vedere suo padre andarsene arrabbiato, ma le avrebbe fatto ancora più male fingere di nuovo che non fosse successo niente di particolare.
Quella sera non festeggiarono la vittoria. Thomas mise su il bollitore e Anna sparecchiò i piatti rimasti dal pranzo. Poi si sedettero in cucina e parlarono di ciò che prima avevano taciuto: la chiave non era l’unico problema. Non volevano più accettare decisioni prese al posto loro solo per non sembrare ingrati. Anna ammise di aver paura di ferire suo padre, mentre Thomas disse che da tempo si sentiva un ospite nell’appartamento in cui vivevano. Nessuno dei due voleva rompere con Markus, ma entrambi capivano che, se non avessero stabilito delle regole subito, le cose sarebbero diventate ancora più difficili.
Il giorno seguente Thomas telefonò al fabbro che aveva cambiato la serratura e ordinò altre due chiavi. Una la tenne per sé e diede l’altra ad Anna. Verificarono che la vecchia chiave non funzionasse e decisero che non avrebbero fatto copie per i parenti «nel caso servisse». Anna trovò anche la cartellina con i documenti dell’appartamento e la mise nel cassetto in cui tenevano le loro carte. Non perché si aspettasse che succedesse qualcosa, ma perché voleva sapere con certezza dove fosse tutto. Decisero inoltre che, se un giorno fosse servita una chiave di riserva per qualcuno, ne avrebbero prima parlato insieme, anziché accettare per imbarazzo.
All’inizio Markus telefonava più volte al giorno. Anna non rispondeva subito se era impegnata e non lasciava più tutto quello che stava facendo per ascoltare la lunga lista di cose che avrebbero dovuto cambiare in casa. Lui chiedeva perché Thomas non avesse controllato il rubinetto, perché avessero comprato proprio quella lampada e quando avrebbero portato Emma. Lei rispondeva alle domande normali. Alle imposizioni, no. All’inizio doveva trattenersi dal giustificare a lungo ogni rifiuto. Poi capì che non era tenuta a dimostrare a suo padre che le sue decisioni fossero abbastanza ragionevoli.
«Domani passo», le comunicò una mattina.
«Domani siamo impegnati. Facciamo domenica dopo pranzo, se per te va bene.»
«Per me va bene quando decido io.»
«Allora chiamami quando vorrai metterti d’accordo», disse Anna.
Sentì suo padre sbuffare contrariato, ma non cambiò risposta. La domenica lui non si presentò. Anna si accorse che continuava a guardare l’orologio, ma non gli scrisse per prima né gli propose un altro momento. Non era abituata: prima avrebbe cercato di placare il suo malumore, anche se non pensava di aver fatto nulla di male.
Una settimana dopo Markus telefonò a Thomas. Gli chiese perché non fosse capace di sostituire da solo la lampadina fulminata nel corridoio, visto che ormai non aveva più bisogno di nessuno. Thomas rispose che l’avevano già cambiata. Markus tacque un momento, poi gli chiese se questo significasse che non avevano più bisogno neanche del suo aiuto.
«L’aiuto serve quando lo si chiede», rispose Thomas. «Non quando si decide al posto nostro.»
La conversazione finì in fretta. Anna ne sentì la conclusione dall’ingresso e non rimproverò il marito per aver parlato in modo troppo brusco. Poi chiamò suo padre. Lui non rispose. Lei non insistette e lasciò il telefono sul tavolo, anche se la mano le andava da sola a controllare se lui avesse richiamato.
Il silenzio durò quasi due settimane. Anna si ritrovò più volte ad ascoltare i rumori sulle scale, soprattutto il sabato. Prima aspettava il familiare rumore della chiave nella serratura; ora temeva una telefonata che forse non sarebbe mai arrivata. Non voleva tornare alla situazione di prima, ma non voleva nemmeno perdere suo padre. Cercava di capire se si potesse amare qualcuno senza accettare il modo in cui ti tratta. La risposta non arrivò subito, ma gradualmente smise di pensare che per mantenere la loro vicinanza dovesse cedere su tutto.
Gli scrisse un breve messaggio: gli propose di incontrarsi in un bar il sabato, solo loro due. Markus non rispose subito. Accettò, aggiungendo che gli sembrava strano incontrare sua figlia in un posto neutrale, come se fossero estranei.
Al bar si sedette di fronte ad Anna e quasi subito cominciò a parlare della serratura. Disse che Thomas si era comportato da vigliacco e che lui non avrebbe mai messo sua figlia alla porta. Anna lo ascoltò senza interromperlo. Non discusse su chi avesse avuto l’idea di cambiare la serratura e non cercò di costringere suo padre ad ammettere di aver sbagliato. Voleva che almeno sentisse che parlava a nome proprio.
«Non ti ho escluso dalla mia vita», rispose. «Ho smesso di permetterti di entrare in casa senza il nostro consenso.»
«Per te non c’è differenza.»
«La vedo. Ecco perché sono qui.»
Markus distolse lo sguardo. Non si scusò. Le chiese come stesse Emma e ascoltò il racconto dell’asilo senza interromperla con consigli. Quando Anna gli disse che Thomas voleva costruire una libreria per la bambina, Markus osservò che sarebbe stato meglio metterla lontano dal termosifone. Anna sorrise, ma disse che il posto lo avrebbero scelto loro.
Lui aggrottò la fronte, ma non ribatté. Davanti al caffè parlarono ancora del lavoro di Thomas, del tempo e del fatto che Markus avrebbe voluto vedere Emma. Anna gli propose di venire la domenica successiva alle quattro. Suo padre le chiese se fosse proprio necessario fissare un orario preciso. Lei rispose che così sarebbe stato più facile per tutti. Markus accettò senza entusiasmo, ma non pretese che gli restituissero una chiave. Anna non sapeva se il suo punto di vista fosse cambiato, ma decise di non mettere fretta né a lui né a se stessa.
La domenica Markus arrivò senza borse né attrezzi. Suonò il campanello e aspettò che gli aprissero. Anna non si affrettò perché stava mettendo a letto Emma dopo la passeggiata. Quando la porta si aprì, suo padre era sul pianerottolo con una piccola scatola di biscotti in mano.
«Non sapevo cosa portare», disse.
«Non serviva portare niente», rispose Anna, facendolo entrare.
Markus si tolse la giacca, guardò l’ingresso e non si mise a sistemare le scarpe che Thomas aveva lasciato contro la parete. A tavola chiese se poteva prendere Emma in braccio. Anna annuì. Si sedette con la nipotina, le raccontò degli uccelli fuori dalla finestra e non cercò nemmeno una volta di portarla in un’altra stanza senza chiedere. Thomas si unì alla conversazione, anche se all’inizio si mantenne sulle sue. La visita trascorse tranquilla: nessuno parlò della serratura e nessuno decise come spostare i mobili.
Prima di andarsene, Markus si fermò vicino alla porta. Disse che gli dava ancora fastidio dover chiedere il permesso per entrare in un posto in cui prima passava liberamente. Anna rispose che lo capiva, ma che lui non aveva più la vecchia chiave.
Lui annuì. Non chiese scusa e non promise che da quel momento le cose sarebbero andate diversamente. Salutò Emma e uscì sulle scale. Anna non considerò quella visita una prova che tutti i dissapori fossero ormai alle spalle. Per lei era più importante che suo padre avesse telefonato, fosse arrivato all’ora concordata e avesse aspettato che gli aprissero.
Da allora Markus venne a trovarli solo dopo essersi messo d’accordo con loro. A volte si arrabbiava se i piani cambiavano, a volte portava qualcosa da mangiare, ma prima telefonava. Anna non poteva sempre rispondere subito e qualche volta proponeva un altro giorno. Gradualmente suo padre smise di interpretarlo come un rifiuto della sua persona. Anche Thomas si tranquillizzò: a casa sua non stava più in ascolto di ogni rumore della serratura, chiedendosi chi sarebbe entrato senza preavviso.
Anna ripose la vecchia chiave in un cassetto pieno di cianfrusaglie. Non apriva più la serratura e non dava a suo padre il diritto di entrare, ma le ricordava quanto potesse essere difficile dire «no» a una persona cara e non rimangiarsi le proprie parole. Sul portachiavi di suo padre la ghianda di legno non era più accanto alla chiave del loro appartamento.
In casa ricominciarono a suonare al campanello. E solo allora aprivano la porta.