Clara tornava dal turno di notte nella centrale termica cittadina quando notò un gatto rosso sullo zerbino davanti alla sua porta. Al piano terra del suo palazzo arrivava calore perfino dalla grata della cantina, e Clara sapeva che i gatti del quartiere spesso si scaldavano lì. Ma quello aspettava proprio davanti alla sua soglia. Viveva da sola e, nella sua casa tranquilla, da tempo non c’era più nessuno che avesse bisogno di una ciotola d’acqua o di una porta aperta.

Il gatto era magro e sporco, con l’orecchio sinistro strappato. Il giorno dopo era di nuovo seduto davanti alla porta, e Clara gli portò del pollo su un piattino. Mentre mangiava, notò vicino alla grata della cantina delle briciole di pane, un tappo con qualche goccia di latte e un elastico per capelli da bambina con una fragolina di plastica. A quanto pare, qualcuno gli dava da mangiare già prima di lei. Clara non cercò di scoprire chi fosse: dopo il turno, voleva solo lavarsi le mani e andare a dormire.

Per alcuni giorni il gatto continuò a tornare. Poi, una sera, la neve bagnata sferzava l’ingresso e il micio rosso era seduto sullo zerbino, completamente fradicio. Clara aveva fretta di andare al lavoro, ma alla fine lo fece entrare: stese un vecchio asciugamano, gli mise una ciotola d’acqua e improvvisò una lettiera con una teglia e dei giornali. Per tutto il turno si chiese cosa avrebbe trovato al mattino; quando tornò, la casa era intatta. Il gatto dormiva sulle sue pantofole, vicino al termosifone, come se avesse sempre saputo qual era il suo posto.

Clara lo lavò e, sotto lo strato di sporco, apparve un manto ramato con una macchia bianca sul petto. Una settimana dopo portò il gatto dal veterinario, in un trasportino che le aveva prestato la vicina Helen. Il veterinario trovò sul collo una striscia di pelo consumato: il gatto aveva portato a lungo un collare, quindi un tempo doveva avere una casa. Clara non sapeva chi l’avesse perso né perché fosse finito per strada. Comprò del cibo e decise che da quel momento avrebbe vissuto con lei. Non si mise a cercargli un nome: semplicemente, lo chiamava «il gatto».

Ad aprile finì la stagione del riscaldamento e, per la prima volta dopo tanto tempo, Clara non riempì subito le serate di impegni. Il gatto si scaldava vicino alla finestra e lei gli parlava mentre lavava le tazze o preparava il tè. Un sabato qualcuno bussò alla porta. Sulla soglia c’era una bambina esile, di circa otto anni. Portava un elastico nero su una treccia e sull’altra quello con la fragolina di plastica.

— Avete il mio gatto, — disse la bambina.

Il gatto uscì dalla stanza e si strofinò contro il suo stivale. La bambina si chiamava Emma. Viveva nel palazzo accanto con sua nonna Helen, mentre sua madre Anna lavorava all’estero ormai da tre anni. Emma dava da mangiare al gatto rosso vicino alla grata, con pane e latte portati in un tappo, e lo considerava il piccolo guardiano del cortile: se ne stava seduto composto e osservava tutto ciò che gli stava intorno, come se fosse responsabile dell’intero cortile.

— Pensavo che fosse sparito, — disse Emma, stringendosi il gatto alla giacca. — Gli raccontavo tutto, poi ha smesso di venire.

Clara capì che davanti a lei non c’era soltanto una bambina che voleva riprendersi il gatto. Emma lo aspettava vicino alla grata e con lui condivideva cose che, a quanto pareva, non raccontava a casa. Ma il gatto ormai si era abituato all’appartamento caldo e la bambina non poteva tenerlo con sé: Helen non voleva animali in casa.

— Vivrà con me, — disse Clara. — Qui fa caldo e ha la sua ciotola. Tu puoi venire a trovarlo dopo la scuola.

Il giorno dopo Helen si presentò di persona. Chiese chi avesse dato a Clara il permesso di decidere per sua nipote e perché la bambina passasse tanto tempo a casa di una sconosciuta. Clara rispose con calma che Emma veniva a trovare il gatto e che la porta era aperta solo quando lei era in casa. Helen si guardò intorno, notò il trasportino sistemato con cura e il gatto acciambellato vicino al termosifone.

— Devo andare in campagna per qualche giorno, — disse Helen. — Non c’è nessuno che possa occuparsi della casa. Non posso lasciare Emma da sola.

Clara propose che la bambina restasse da lei finché la nonna era via. Helen non accettò subito: voleva sapere dove avrebbe dormito sua nipote, cosa avrebbe mangiato e chi se ne sarebbe preso cura. Clara non si offese per le domande e le mostrò il divano letto, la biancheria pulita e il telefono. Alla fine Helen lasciò Emma da lei, chiedendole di chiamarla se fosse servito qualcosa. Per lei, quel viaggio significava poter occuparsi della casa e dell’orto senza doversi preoccupare ogni minuto per la nipote.

La prima notte Emma si addormentò sotto una coperta a quadri e il gatto si accucciò ai suoi piedi. La seconda notte la bambina si rigirò a lungo. Clara entrò per sistemarle la coperta e vide che Emma fissava il buio, senza piangere né chiamare la nonna.

— Zia Clara, la mamma mi vuole bene? — chiese. — Forse è partita perché mi sono comportata male?

Clara si sedette accanto a lei. Non sapeva come spiegare a una bambina la distanza, il lavoro all’estero e una decisione da adulti che Emma viveva come un rifiuto. Ma non poteva restare in silenzio.

— La mamma non è partita per colpa tua. Lavora per prendersi cura di te, — disse Clara. — Puoi sentire la sua mancanza ed essere arrabbiata. Ma non trasformare tutto questo in una colpa tua.

Emma strinse il bordo della coperta. Il gatto faceva le fusa piano ai suoi piedi, e la bambina continuava ad aspettare, come se una sola risposta non le bastasse.

Non devi più incolparti perché la mamma è partita, — Clara afferrò il bordo della coperta e la tirò con decisione fin sopra le spalle di Emma…

Emma non rispose subito. Accarezzò soltanto il gatto sulla schiena e chiese se al mattino poteva telefonare alla mamma. Clara disse di sì, senza aggiungere cosa avrebbe dovuto dirle. Lasciò che decidesse da sola.

Al mattino registrarono un breve video. Emma mostrò come il gatto spingesse con la zampa una matita giù dal tavolo, si lamentò perché a scuola le avevano assegnato una poesia lunghissima e poi guardò dritto in camera, confessando che le mancava la mamma. Sull’ultima frase la sua voce si fece più flebile. Clara non interruppe la registrazione.

Anna telefonò meno di un’ora dopo. Sullo schermo apparvero prima una parete dell’ambiente di lavoro e la mano di qualcuno, poi il suo viso. Indossava una felpa da lavoro e aveva i capelli raccolti sotto una retina. Sentendo la voce della figlia, si coprì la bocca con la mano.

— Ho visto il video. Emma, ti sento. Raccontami come stai.

— Bene, — rispose la bambina per abitudine, lanciando un’occhiata a Clara.

Clara si voltò verso la finestra. Non voleva suggerire a Emma le parole giuste, né tantomeno sostituirsi a lei nella conversazione.

— Non proprio bene, — disse Emma dopo una pausa. — Sono contenta che tu abbia chiamato. Solo che a volte mi sembra che tu sia lontana e non abbia tempo per me.

Anna rimase a lungo a guardare lo schermo. Qualcuno la chiamò alle spalle, ma lei chiese di aspettare.

— È vero, spesso non ho tempo, — disse. — In fabbrica i turni cambiano. Pensavo che, se ti mandavo i soldi e ti telefonavo la domenica, tu sapessi che ti penso. Forse ti ho chiesto troppo spesso soltanto come andava a scuola.

— Tu dici sempre: «Va tutto bene», — disse Emma. — E lo dico anch’io.

Anna annuì. Non cercò di spiegare quanto fosse dura cavarsela da sola e non chiese alla figlia di consolarla. Le domandò della poesia e la ascoltò fino alla fine, anche se Emma si confuse al terzo verso e ricominciò da capo.

— Non posso prometterti che tornerò presto, — disse Anna. — Per ora non so quando mi daranno le ferie. Però posso chiamarti più spesso. Scegliamo insieme i giorni che ti vanno bene.

Decisero di sentirsi il mercoledì e la domenica. Se il turno si fosse messo di mezzo, Anna avrebbe dovuto avvisarla prima e proporle un altro orario. Niente «quando capita»: un momento preciso. Emma scrisse i giorni su un foglietto e lo mise sul frigorifero, accanto alla ciotola del gatto.

Quando la chiamata finì, rimase ancora qualche minuto con il telefono in mano. Poi chiese se la mamma avrebbe richiamato. Clara rispose che da quel momento dipendeva da Anna, non da quanto bene Emma riuscisse a comportarsi al telefono.

Helen tornò dalla campagna due giorni dopo. La borsa era ancora vicino alla porta, ma lei aveva già notato il foglietto sul frigorifero e chiese chi avesse deciso il programma delle telefonate.

— Io e la mamma, — rispose Emma. — Mi chiamerà il mercoledì e la domenica.

Helen guardò Clara.

— Avete sistemato tutto in fretta, qui. Prima la bambina dorme da lei, ora fate già progetti con sua madre.

— È stata Anna a parlare con Emma, — rispose Clara con calma. — Io ero presente, ma hanno deciso loro.

— Ah, certo. Comodo mettere una madre davanti al fatto compiuto quando è lontana.

Emma abbassò gli occhi. Clara avrebbe potuto rispondere che nessuno aveva impedito a Helen di chiamare Anna prima, ma non voleva trasformare la conversazione in una discussione tra adulti davanti alla bambina.

— Nonna, volevo dirglielo io, — disse Emma. — Non volevo rispondere di nuovo che andava tutto bene.

Helen strinse le labbra.

— Non ti è mai mancato niente in casa. Mi prendo cura di te.

— Lo so, — disse Emma. — Però voglio parlare anche con la mamma.

Helen non rispose. Prese la borsa e andò in cucina. Clara sentì il bollitore mettersi a borbottare e capì che la nonna non avrebbe ceduto solo perché la bambina glielo aveva chiesto. La sera Helen disse che Emma sarebbe dovuta tornare da lei subito dopo la scuola, senza fermarsi ogni giorno da Clara. Non le proibì di andare a trovare il gatto, ma stabilì degli orari e chiese di essere avvisata in anticipo se la bambina non fosse rientrata per cena.

— Non voglio che poi la cerchino per tutto il palazzo, — disse. — E non voglio che qualcun altro decida dove deve stare.

Clara accettò. Non era la madre di Emma e non aveva intenzione di fingere di poter decidere della sua vita. Si scambiarono i numeri di telefono e segnarono i giorni in cui Emma poteva passare dopo le lezioni. Helen dettò il suo numero con tono asciutto, come se stesse compilando non un accordo, ma una ricevuta.

Il primo mercoledì Anna chiamò puntuale. Parlarono per quasi venti minuti. Emma le mostrò il quaderno, raccontò di una compagna di classe che le prendeva sempre in prestito la gomma e le chiese se ricordava che da piccola aveva paura del buio in corridoio. Anna se lo ricordava. Prima di salutarsi non dissero nulla di speciale, si accordarono soltanto per sentirsi la domenica.

La domenica successiva la chiamata non arrivò. Emma controllò il telefono più volte, poi disse che forse la mamma era di turno. Helen rispose che non doveva restare seduta davanti allo schermo e mise il telefono su uno scaffale. Non lo disse con cattiveria, ma non cercò nemmeno di consolare la nipote.

Neanche Clara telefonò ad Anna al posto di Emma. Le propose di mandare un breve messaggio: «Oggi non sei riuscita a chiamare. Quando puoi?» Emma scelse le parole a lungo, poi lo inviò proprio così. La risposta arrivò a tarda sera: Anna era stata trattenuta al lavoro e non le era permesso tenere con sé il telefono. Chiese scusa alla figlia e propose di sentirsi al mattino, prima del suo turno.

Si parlarono la mattina. Anna non fece finta che la chiamata mancata non ci fosse stata. Disse che non era riuscita ad avvisarla prima e le chiese se fosse arrabbiata.

— Ci sono rimasta male, — rispose Emma. — Però sapevo che non ti eri dimenticata di me.

— Non voglio che tu debba tirare a indovinare, — disse Anna. — Se non riesco a chiamarti, ti scriverò appena possibile.

Da allora non andò sempre tutto liscio. A volte Anna chiamava più tardi del previsto, altre volte la conversazione durava appena cinque minuti perché doveva andare al lavoro. Ma ormai non si limitava a chiederle come andava a scuola. Le domandava cosa l’avesse fatta ridere, cosa l’avesse fatta arrabbiare e cosa le sarebbe piaciuto fare nel fine settimana. Anche Emma smise di rispondere con una sola parola. Un giorno chiese alla mamma di mandarle una foto della stanza in cui viveva. Anna le mostrò un letto stretto, un armadio condiviso e una tazza con il manico scheggiato che aveva preso dalla cucina della fabbrica.

Helen continuava a non approvare il legame che la nipote aveva stretto con Clara. Un giorno, quando Emma si preparava ad andare da lei dopo le lezioni, la nonna disse che Clara non era tenuta a occuparsi della figlia degli altri. Emma si chiuse la giacca e rispose che non andava da una babysitter, ma dal gatto, e che lei e Clara avevano già concordato un orario. Helen le sistemò bruscamente il colletto e le disse di non fare tardi. Non si scusò.

Clara non diede alle loro visite un nome più importante di quello che avevano. Emma passava dopo la scuola, faceva i compiti al tavolo della cucina e poi leggeva ad alta voce al gatto. Se Helen si tratteneva in farmacia o da una vicina, telefonava a Clara per avvisarla. A volte lasciava una mela e un panino sul tavolo per la nipote, altre portava patate dalla campagna e diceva, con aria contrariata, che la bambina aveva bisogno di mangiare qualcosa di decente, non biscotti.

Qualche settimana dopo Helen chiese a Clara di badare a Emma il giovedì: doveva sbrigare alcune commissioni e quel giorno le lezioni finivano prima del solito. Le fece la richiesta come se stesse facendo un favore a entrambe.

— Non la lasci andare in giro da sola. E si assicuri che mangi, invece di passare tutto il giorno con il gatto.

— Va bene, — rispose Clara.

Quel giorno Emma portò da scuola un disegno: c’erano due appartamenti, un cortile in mezzo e un gatto rosso vicino alla grata della cantina, con la scritta «gatto». In un appartamento c’era una ciotola, nell’altro una tazza di tè. Appese il disegno al frigorifero, sotto il programma delle telefonate. Helen lo notò e non disse niente, ma non lo tolse.

La domenica Anna chiamò, come aveva promesso. Emma le raccontò del disegno, della scuola e del fatto che ormai il gatto dormiva su una coperta ripiegata. Poi passò il telefono a Clara: la mamma voleva ringraziarla per il video e per non aver risposto al posto di Emma.

Clara disse che la bambina aveva parlato da sola. Anna rimase in silenzio per un momento, poi le chiese di non farne una questione troppo importante. Si salutarono e si accordarono per la chiamata successiva.

La sera Emma andò da Helen. Il gatto si sistemò al posto che lei aveva lasciato libero vicino alla finestra, mentre il telefono di Clara si illuminò piano, ricordandole l’appuntamento del mercoledì. Sul frigorifero, accanto al programma delle chiamate, era appeso il disegno; fuori dalla porta si sentivano già i passi di Emma, tornata a prendere il quaderno che aveva dimenticato.