Ridevano del suo stipendio modesto. Poi hanno smesso in fretta, quando hanno capito che era completamente indipendente dal punto di vista economico.

In cucina c’era odore di uova sode e di qualcosa di sospettosamente acido — come se il cavolo avesse deciso di vivere una vita propria e la padrona di casa non fosse riuscita a mettersi d’accordo con il suo umore. Elena stava davanti ai fornelli, stringendo un barattolo di maionese economica come se non fosse un prodotto, ma una sentenza. Non era più arrabbiata. Era stanca. Delle irritazioni, delle piccole punture continue, di tutto. Stava semplicemente lì ad ascoltare mentre dal corridoio irrompeva Margot Dubois — rumorosa, inesorabile come un vecchio aspirapolvere: tanto frastuono, zero utilità.

 

— Almeno potresti comprare una maionese decente, non questa robaccia da quattro soldi! — disse al posto del saluto.

 

L’odore nell’appartamento cambiò immediatamente. Si aggiunsero incenso, validolo e aceto — la sua firma personale. Entrò come se non fosse una visita temporanea, ma un cambio di potere: un’ispezione pronta a controllare le pentole per verificarne l’affidabilità.

*

Elena rimase in silenzio. Sapeva tacere con eleganza — ci riescono solo quelle donne che dentro hanno già bruciato tutto e persino la cenere è stata portata via dal vento. Posò il barattolo sul tavolo. Come se avesse messo un punto. Ma nessuno se ne accorse. Era più comodo vivere in una frase infinita, dove il soggetto era Elena e il predicato era “deve”.

 

— Almeno trovati un lavoro vero, Elena — intervenne Irène, la sorella di Andreas, con una voce come un righello di metallo: sottile, ma dolorosa. — Hai quarantadue anni e non hai nemmeno una macchina. Stai sempre chiusa in quel tuo ufficetto, come un topo.

 

— Noi ti vogliamo solo bene — aggiunse Victor, il marito di Irène. Il suo “bene” suonava come controllo. — Andreas ha un lavoro serio, uno stipendio ottimo. E tu?

 

— Sì, sì — rincarò Margot. — Il nostro Andreas è un uomo serio. E tu? Non sai nemmeno dove tiene i calzini. Così si vive? E scusami, correre al supermercato in tuta non è il livello della moglie di mio figlio.

 

— Dai, mamma — borbottò Andreas senza staccare gli occhi dal telefono. — Elena ci prova. È solo un periodo difficile. Lo capisci.

 

Quel “ci prova” fu l’ultimo colpo. L’aveva sentito decine di volte. Significava: “non dà fastidio”, “sta zitta”, “è lì senza sapere perché”. Lei ci aveva provato — ad adattarsi, a essere all’altezza, a non irritare. Ma il risultato era sempre lo stesso: non era abbastanza.

 

Elena si sedette al tavolo. Sorrise. Un sorriso di servizio, come la luce delle scale — senza calore e senza senso. Tutti erano presi da sé stessi. Tutto le scivolava accanto.

 

— Allora, cari ospiti, com’è la zuppa?

 

— Un po’ pallida — brontolò Margot. — Poca barbabietola, la carne sembra bollita tre volte. Dov’è il sapore? Dov’è l’anima?

*

— Margot! — intervenne François, suo marito, di solito silenzioso come un armadio. — Tu non cucini mai! Mangi solo zuppe istantanee!

 

— Taci, non fare figuracce — lo liquidò con un gesto. — Almeno la nuora poteva essere decente. Viviamo come in una stazione di passaggio, davvero.

 

Elena li guardava come un programma televisivo rumoroso acceso senza telecomando, impossibile da spegnere. E all’improvviso pensò: da quanti anni non vive con delle persone, ma con i loro rimproveri eterni? Al mattino “tic”, a mezzogiorno “toc”, alla sera “sbuff”.

 

Alzò lo sguardo. La sua voce era calma, persino educata.

 

— Sapete… a volte penso che potrei chiedere il divorzio.

 

Silenzio. Quello speciale, come in un museo prima della chiusura, quando tutti sanno che è ora di andare via, ma restano ancora davanti al quadro.

 

— Cosa hai detto? — chiese Irène, come se avesse sentito che il sole è una lampadina.

 

— Sei impazzita, Elena? — Andreas finalmente staccò gli occhi dal telefono. Dalla realtà — non ancora.

 

— Ah! — rise Margot. — Adesso dirai anche che ci porti via l’appartamento!

 

Elena non rispose. Sorrise soltanto di nuovo. Questa volta come una persona che ha già deciso tutto. Solo che non l’ha ancora annunciato.

 

Più tardi chiamò Maxim. La sua voce era calma, come una vecchia coperta — forse non nuova, ma scalda.

 

— Hai deciso?

 

— Quasi. Domani presento la richiesta.

 

— Io sono con te. Al resto penso io.

 

Elena sedeva alla finestra e guardava una goccia scendere lentamente sul vetro. La pioggia era come la sua vita: grigia, appiccicosa, interminabile. Ma anche dopo la pioggia arriva il sole.

*

Per ora — solo sera. E una rara, vera solitudine, nella quale per la prima volta c’era pace.

 

— Divorzio?! — esclamò Margot, portandosi la mano al petto, come se Elena non avesse presentato una domanda, ma avesse buttato via un vecchio servizio di porcellana. — Elena, sei impazzita? Guardati! Chi ti prende a quest’età?!

 

Margot continuava a parlare — dell’età, della gratitudine, di come “le donne normali sopportano”. Le sue parole cadevano su Elena e si frantumavano senza lasciare traccia, come piselli secchi su un tavolo. Elena ascoltava e allo stesso tempo no. Dentro c’era un silenzio strano, quasi leggero, come se qualcuno avesse finalmente spento il rumore di fondo che per anni le aveva ronzato in testa.

 

— Ho presentato la domanda — disse con calma. — Stamattina. I documenti sono stati accettati.

 

Andreas si alzò. Mise persino il telefono da parte — con attenzione, come se fosse qualcosa di fragile che non avrebbe retto quella notizia.

 

— Parli sul serio? — chiese piano. Nella sua voce non c’era rabbia. Solo smarrimento.

 

— Assolutamente sì — annuì Elena. — E ti prego, niente scene. Sono più stanca di quelle che di te.

 

Quella calma lo disarmò. Si aspettava accuse, lacrime, isteria — qualsiasi cosa, tranne quel tono uniforme.

 

— Ma noi… — iniziò, poi si fermò. — Noi siamo una famiglia.

 

— Lo siamo stati — rispose lei. — Molto tempo fa. Poi sono rimasti solo doveri e critiche. La famiglia si è persa per strada.

 

Margot si voltò ostentatamente verso la finestra.

 

— Abbiamo già sentito queste frasi moderne. Sei diventata indipendente, eh? Sono arrivati i soldi e ti sono spuntate le ali.

 

Elena la guardò con calma, quasi con compassione.

 

— I soldi hanno solo mostrato che posso farcela. Voi, invece, siete sempre stati certi che non potessi fare nulla.

 

François si schiarì la gola, come se volesse dire qualcosa, ma come sempre tacque. Per anni era stato solo uno sfondo.

 

— Farò le valigie — continuò Elena. — Oggi. Solo l’essenziale.

*

— E dove andrai? — non resistette Irène. — Dal tuo Maxim? Pensi che sia un eroe? Ti aiuterà — e poi?

 

— Poi me la caverò da sola — rispose Elena. — Questa è la differenza tra la me di allora e quella di adesso.

 

Fare le valigie fu più facile di quanto avesse immaginato. Ogni oggetto sembrava perdere peso. La valigia non tirava, la schiena non faceva male, perfino lo specchio nell’ingresso non la guardava più con rimprovero. Il suo volto era stanco, ma non era più estraneo.

 

Alla porta c’era Andreas.

 

— Davvero non pensavo che fosse così grave — disse. — Tu stavi sempre zitta. Credevo ti andasse bene.

 

— Proprio così — rispose lei piano. — Credevi. Non chiedevi.

 

Voleva aggiungere altro, ma Elena aveva già afferrato la maniglia. La serratura scattò — breve e definitivo.

 

Fuori l’aria era fresca. Dopo la pioggia si sentiva odore di asfalto bagnato e di libertà, quella in cui all’inizio fai fatica a credere. Maxim l’aspettava accanto all’auto, senza scendere — come aveva promesso: vicino, ma senza pressione.

 

— Allora? — chiese.

 

— Finito — disse Elena, e per la prima volta sorrise davvero. — Ora è finito davvero.

 

Un mese dopo firmò il contratto per un piccolo appartamento con grandi finestre. Pareti bianche, pochi mobili, silenzio. Non comprò la televisione. Scoprì che senza di essa si sentono meglio i propri pensieri.

*

Margot chiamava ancora, a volte. Sempre più raramente. Nella sua voce c’era meno sicurezza e più stanchezza. Andreas scriveva messaggi lunghi e confusi, pieni di scuse. Elena rispondeva in modo breve e onesto — senza speranze e senza rancore.

 

Una mattina si svegliò per il sole. Non per le urla, non per i rimproveri, non per il malcontento altrui. Solo per la luce che si posò sul davanzale e disse: si può.

 

Si sedette sul letto e capì — davanti a lei non c’erano giorni perfetti né una felicità da cartolina. Ma una vita normale. Finalmente sua.

 

Ed era più che sufficiente.